Riusciamo a modificare il DNA dei mitocondri

Riusciamo a modificare il DNA dei mitocondri

Dopo Crispr-Cas9, ecco che un altro batterio (Burkholderia cenocepacia) ci fornisce un nuovo sistema di editing del dna, che potrebbe dare una svolta alla ricerca sulle malattie mitocondriali permettendoci di creare modelli animali per lo studio delle mutazioni. L’enzima taglia-e-cuci è stato chiamato DddA: può entrare nei mitocondri (gli organelli cellulari che forniscono energia alle cellule) e da solo modificare il dna mitocondriale a doppio filamento convertendo la base azotata citosina (C) in uracile (U).

Mitocondri e malattie mitocondriali

mitocondri sono organelli cellulari dotati di membrane e possiedono un proprio materiale genetico, cioè molecole di dna a doppio filamento in cui si trovano informazioni che non sono presenti nel dna nucleare della cellula e che sono indispensabili per il benessere dell’organismo. Quando infatti i mitocondri funzionano male, per esempio a causa di mutazioni nel dna mitocondriale, le conseguenze sono in genere gravissime e compromettono la vita, perché influenzano la capacità di generare energia.

Le malattie mitocondriali sono condizioni ereditarie (di solito trasmesse per via materna, dato che i mitocondri del nuovo individuo sono quelli presenti nella cellula uovo al momento del concepimento) rare per cui non esiste una vera e propria cura. Si possono trattare i sintomi, per quanto possibile, ma sono comunque difficili da studiare in laboratorio perché non esistono modelli animali che le riproducano abbastanza fedelmente.

Anche la prevenzione non è così attuabile. Una tecnica che è stata adottata in alcuni Paesi per consentire la nascita di un bambino sano da una coppia portatrice di una mutazione è quella di trasferire il nucleo della cellula uovo (o dell’embrione) coi mitocondri malati in una cellula uovo sana privata del proprio nucleo. Sono i cosiddetti bambini con tre genitori, anche se questa definizione è un po’ imprecisa.

L’editing del dna mitocondriale

Il motivo per cui gli scienziati non sono stati in grado di creare modelli animali di malattia è che finora non si era riusciti a modificare con precisione il dna mitocondriale, nemmeno con il potente (e ormai famoso) sistema di editing Crispr-Cas9.

Oggi però i ricercatori del Mit insieme a quelli di Harvard hanno trovato un nuovo modo per apportare modifiche mirate al dna mitocondriale: un passo che potrebbe essere una svolta per la ricerca su queste malattie e che magari in futuro potrebbe essere usata addirittura per eliminare le mutazioni dannose nei mitocondri.

Il team coordinato a David Liu ha sfruttato l’enzima DddA , una tossina prodotta dal batterio Burkholderia cenocepacia scoperta qualche anno fa dal microbiologo dell’università di Washington Joseph Mougous. Questo enzima è in grado di convertire la base azotata citosina (C) del dna in uracile (U), un’altra base azotata che di solito non si trova nel dna e che i meccanismi di replicazione del dna della cellula copiano come timina (T). L’effetto che si ottiene, dunque, è che nella sequenza di dna le C vengono convertite in T. Modifiche così precise sono possibili anche con Crispr-Cas9, ma solo se si rompe il doppio filamento del dna e si usa un rna per guidare Cas9 nel punto desiderato della sequenza, e questo non può essere fatto nei mitocondri.

Il vantaggio del nuovo sistema è che la tossina DddA può agire direttamente su dna a doppio filamento, una caratteristica che però è anche quella che rende la tossina particolarmente pericolosa perché senza controllo muterebbe ogni C in T. Gli scienziati dunque hanno dovuto trovare un modo per imbrigliarla indirizzarla a proprio piacimento. Hanno diviso l’enzima in due parti così da inattivarlo e hanno legato ciascuna delle due a proteine progettate per legarsi a siti specifici del dna mitocondriale. In questo modo l’enzima, riunito, esplica la sua azione solo dove vogliono i ricercatori.

Questo nuovo sistema, sostengono gli autori dalle pagine di Nature, potrebbe consentire di creare modelli animali con mutazioni equivalenti a quelle umane per studiarle meglio e accelerare i tempi della ricerca. E magari, ma dovrà passare ancora molto tempo, in futuro potrà essere usata per correggere o eliminare i geni mitocondriali malati.

Dott. Dario Sannino

Corporate Quality Sr. Manager @ Bracco Imaging S.p.A.

“Ecco a cosa serve la mascherina”, il test del prof è un successo

“Ecco a cosa serve la mascherina”, il test del prof è un successo

“Cosa fa una mascherina? Blocca le goccioline respiratorie provenienti dalla bocca e dalla gola”. Il professor Richard Davis, direttore del laboratorio di microbiologia clinica al Providence Sacred Heart Medical Center in Spokane, nello stato di Washington, con una prova elementare ha evidenziato l’importanza dell’uso della mascherina.

Ha documentato su Twitter il suo test e ha ottenuto un successo strepitoso, con centinaia di migliaia di retweet e like. “Due semplici esempi. Il primo: ho starnutito, cantato, parlato e tossito verso una piastra di coltura di agar con o senza mascherina. Le colonie di batteri mostrano dove le goccioline sono cadute. Una mascherina le blocca sostanzialmente”, scrive pubblicando foto eloquenti: le piastre non protette dalle mascherine mostrano una presenza batterica nettamente superiore L’esperimento non fa riferimento alla presenza del Covid-19 nelle goccioline ma di batteri generici nelle ‘droplets’.

Su Twitter, l’esperimento riscuote un enorme successo e Davis si trova a dover rispondere a decine di commenti e domande. “E’ vero al 100% -dice rispondendo ad un utente-. I batteri sono incredibilmente diversi dai virus. Ma visto che si ritiene che il Covid-19 si diffonda soprattutto attraverso le droplets, sfrutto la presenza di batteri nelle droplets per mostrare dove vanno”. Davis, che riconosce il carattere empirico della prova, ha utilizzato una mascherina chirurgica.

Lo scienziato, come documenta un’altra foto, ha anche eseguito un’ulteriore prova: ha tossito “violentemente” a diverse distanze dalle piastre. Prima con la mascherina, poi senza. Anche in questo caso, il dispositivo di protezione ha funzionato.

Mai fidarsi degli asintomatici

Mai fidarsi degli asintomatici

In una lettera al New England Journal of Medicine, i medici giapponesi che hanno preso in carico passeggeri ed equipaggio della nave da crociera Diamond Princess, hanno raccontato l’evoluzione clinica dei 96 soggetti trovati positivi al virus con tampone nasofaringeo, ma clinicamente asintomatici, trasportati in osservazione in un ospedale giapponese. Undici di queste persone hanno sviluppato sintomi da 3 a 5 giorni dopo il tampone (quindi, in realtà, erano presintomatici); tutti gli altri sono rimasti asintomatici fino all’eliminazione del virus, provata da due tamponi negativi in successione. Il rischio di sviluppare sintomi aumentava con l’età. Il 27% dei positivi asintomatici aveva condizioni mediche coesistenti come ipertensione e diabete. Il 90% degli infettati è tornata negativa al tampone dopo 15 giorni, ma le persone d’età avanzata hanno impiegato più tempo a liberarsi del virus. Dei 32 compagni di cabina dei positivi, inizialmente negativi al test, 8 sono divenuti positivi entro tre giorni, ma rimanendo asintomatici. 

La definizione di asintomatico riguarda le manifestazioni cliniche di malattia e non tiene conto delle lesioni polmonari spesso presenti in questi soggetti, ma rilevabili solo alla TC: più della metà delle 76 persone positive asintomatiche della Diamond Princess che sono state sottoposte a tomografia toracica avevano anormalità polmonari subcliniche.

Tutti gli studi confermano l’infettività degli asintomatici

I dati giapponesi concordano con quelli riferiti da Daniel P. Oran ed Eric J. Topol, in uno lavoro pubblicato su Annals of Internal Medicine: è spesso impossibile distinguere gli asintomatici dai presintomatici, futuri malati che potrebbero essere identificati solo da uno studio longitudinale sufficientemente protratto nel tempo. Consapevoli di tutti i limiti statistici, diagnostici e di follow-up del loro lavoro, i due autori lo hanno intitolato “rassegna narrativa”. Si tratta del resoconto degli studi sull’argomento “assenza di sintomi in soggetti positivi” pubblicati in rete dal 19 aprile al 26 maggio, da cui emergono i dati di una serie di coorti come Islanda, Vo’ Euganeo, Diamond Princess, rifugi per i senzatetto di Boston e di Los Angeles, centro ostetrico di New York City, portaerei Theodore Roosvelt, portaerei Charles De Gaulle, cittadini giapponesi evacuati da Wuhan, cittadini greci evacuati da Spagna, UK e Turchia, pensionato per infermieri di Washington, detenuti in Arkansas, North carolina, Ohio e Virginia,  impiegati e studenti della Rutgers University, residenti dell’Indiana, nave da crociera argentina, residenti di un distretto di San Francisco.

In particolare, la coorte di Vo’, con la ripetizione dei tamponi ai residenti a distanza di tempo, sembra confermare che gli asintomatici sono in grado di trasmettere il virus ad altri. Stesso risultato sulla nave T. Roosvelt, dove gli asintomatici hanno infettato altri per un periodo che supera le due settimane. L’età dei casi asintomatici di molte coorti fanno pensare che la gravità clinica aumenti con l’età e abbia a che fare anche con il genere (risparmiando le femmine). Ma la verità è che non si sa perché, a parità di età e di condizioni fisiche, alcuni non sviluppano sintomi e altri hanno bisogno della respirazione assistita.

Le coorti più rappresentative non sono quelle confinate a priori, ma quelle di popolazione generale, come Islanda, Indiana e Vo’: proprio dalla media dei loro dati emerge una percentuale stimata di 40-45% di asintomatici, che va corretta a 30% se si tiene conto della commistione con i presintomatici.

Mascherina per tutti

Il report di Oran e Topol è stato molto criticato per le stesse ragioni ammesse dagli autori: inattendibilità dei risultati dei tamponi per ingente proporzione di falsi postivi oltre che di falsi negativi, mancanza di follow-up con perdita dei presintomatici, coorti troppo confinate (carceri), impossibilità di inquadramento anamnestico dei soggetti implicati nella ricerca, ecc.

Comunque sia e in attesa di studi più rigorosi, sulla base del rischio diffusivo della circolazione degli infetti asintomatici, lo stesso Eric Topol ha ribadito in un tweet il suo convincimento che l’uso delle mascherine indossate in tutte le occasioni di vicinanza fisica con altre persone sia l’unico efficace freno all’epidemia, finché non sarà possibile testare tutta la popolazione.

Efficacia della mascherina nell’abbassare il numero di riproduzione dell’infezione a seconda che la mettano tutti o solo i sintomatici. Fonte: Proceedings of the Royal Society (vd. bibliografia).

La gaffe dell’OMS

Suona quindi come una gaffe quanto sostenuto da Maria Van Kerkhove, consulente della squadra tecnica anti Covid-19 dell’Organizzazione mondiale della sanità, durante la conferenza stampa virtuale dell’8 giugno 2020. La Van Kerkhove ha stimato come asintomatico il 16% della popolazione, e ha continuato dicendo che l’ipotesi che il 40% dei contagi sia causato da asintomatici proviene da modelli matematici e non è stato provato da rilevazioni reali. Kerkhove ha concluso il suo intervento dicendo che, dai dati in suo possesso, risulta molto raro che un asintomatico trasmetta l’infezione. 

La spiegazione di questa spiazzante dichiarazione sta nella chiosa fatta da Ranieri Guerra, direttore aggiunto dell’OMS, che riporta alla distinzione tra asintomatici, presintomatici e pauci sintomatici. Secondo Guerra, gli asintomatici veri non sono molti e probabilmente sono tali perché hanno una carica virale così bassa da non costituire un serio pericolo per il prossimo. La strategia che l’OMS ritiene vincente è quella di indurre i governi a concentrare i loro sforzi nel tracciamento e nell’isolamento dei casi sintomatici.

Leggendo la trascrizione della conferenza stampa, si arriva alla conclusione, condivisa da una rivista intelligente come il New Yorker, che, come spesso è successo, estrapolare una frase innesca un’inutile polemica: che gli individui infetti ma senza sintomi possano diffondere l’infezione, l’OMS lo sa bene e lo ha ribadito Michael Ryan, epidemiologo irlandese veterano delle epidemie di Ebola e delle campagne antipolio, in un Facebook live organizzato in tutta fretta dopo le sollevazioni contro le dichiarazioni della collega, quando ha asserito: “È chiaro che sia i sintomatici sia gli asintomatici sono parte del ciclo di trasmissione”.

Il nocciolo della questione sta, ancora una volta, nella comunicazione: la risposta dell’epidemiologa statunitense, trasandata e sbrigativa, che cita fonti “attendibili” che però non sono rivelate e che non tiene conto (ma ancora oggi, dopo 400.000 morti?!) del potere delle parole, si configura come l’ennesimo errore comunicativo dell’OMS. Creare un alibi alla gente per abbassare la guardia (se non tossisco e mi sento in forma, a che servono il distanziamento e la mascherina?) è particolarmente pericoloso se si pensa che, se una persona, invece che asintomatica è presintomatica, si trova proprio nel momento in cui la sua carica virale è massima e massima è la sua contagiosità.

Bibliografia
Natural History of Asymptomatic SARS-CoV-2 Infection New Engl J Med June 12, 2020 DOI: 10.1056/NEJMc2013020
Oran DP, Topol EJ. Prevalence of asymptomatic SARS-CoV-2 infection. Annals of Internal Medicine 3/6/20 https://doi.org/10.7326/M20-3012
Richard O. J. H. Stutt, Renata Retkute, Michael Bradley, Christopher A. Gilligan and John Colvin. A modelling framework to assess the likely effectiveness of facemasks in combination with ‘lock-down’ in managing the COVID-19 pandemic. Proceedings of the Royal Society. 10 June 2020 https://doi.org/10.1098/rspa.2020.0376
Trascrizione della conferenza stampa dell’OMS (8 giugno 2020). 
https://www.newyorker.com/news/daily-comment/what-the-who-meant-to-say-a…

Dott. Dario Sannino

Which cancers are treated with immunotherapy?

Which cancers are treated with immunotherapy?

Immunotherapy drugs have been approved to treat many types of cancer. However, immunotherapy is not yet as widely used as surgerychemotherapy, or radiation therapy. To learn about whether immunotherapy may be used to treat your cancer, see the PDQ® adult cancer treatment summaries and childhood cancer treatment summaries.

What are the side effects of immunotherapy?

Immunotherapy can cause side effects, many of which happen when the immune system that has been revved-up to act against the cancer also acts against healthy cells and tissues in your body.

Immunotherapy Side Effects

Immunotherapy can cause side effects, many of which happen when the immune system that has been revved-up to act against the cancer also acts against healthy cells and tissues in the body. Different people have different side effects. The ones you have and how they make you feel will depend on how healthy you are before treatment, your type of cancer, how advanced it is, the type of immunotherapy you are getting, and the dose.

You might be on immunotherapy for a long time, and side effects can occur at any point during and after treatment. Doctors and nurses cannot know for certain when or if side effects will occur or how serious they will be. So, it is important to know what signs to look for and what to do if you start to have problems.

Some side effects are common with all types of immunotherapy. For instance, you might have skin reactions at the needle site, which include:

  • Pain
  • Swelling
  • Soreness
  • Redness
  • Itchiness
  • Rash

You may have flu-like symptoms, which include:

Other side effects might include:

Some types of immunotherapy may cause severe or even fatal allergic and inflammation-related reactions. However, these reactions are rare.

Certain side effects might happen depending on the type of immunotherapy you receive.

Dott. Dario Sannino

(Corporate Quality Sr. Manager)

https://dariosannino.com/

https://dariosannino.altervista.org/

Next topic: How is immunotherapy given?

Vax o No Vax…..questo è il dilemma!!

Vax o No Vax…..questo è il dilemma!!

Lo chiamano antivaccinismo o semplicemente movimento No Vax e, con la pandemia di coronavirus che si è scatenata violentemente sopra le nostre teste, sono tornati a farsi sentire.

Dato quasi per scontato che la soluzione ultima per metter fine a questo “mostro” chiamato COVID-19 sia la scoperta di uno o più vaccini, l’opinione pubblica si spacca a riguardo.

Comunque la si pensi, sembra che a orientare le posizioni su un tema così delicato siano le informazioni e i gruppi di opinione che si trovano su Internet, e in particolare sui social media.

Un nuovo studio pubblicato su “Nature” da Neil Johnson e colleghi della George Washington University, ha tracciato una mappa completa delle interazioni su Facebook tra persone a favore, contrarie o neutrali alle vaccinazioni, indicando come si possono influenzare a vicenda e dimostrando che queste comunità online sono un terreno fertile per la crescita e lo sviluppo della sfiducia nelle competenze di medici e scienziati.

La ricerca s’inserisce in un ricco filone di studi che cerca di analizzare come si propaga in rete la disinformazione su temi particolarmente importanti come il riscaldamento climatico o, in tempi più recenti, la pandemia del nuovo coronavirus.

La preoccupazione è che le notizie infondate e fuorvianti possano diffondere comportamenti scorretti, aggravando il contagio a livello globale.

Magari, quando la tempesta coronavirus sarà passata, scopriremo (forse ci vorranno anni) interessanti o scabrosi retroscena su questo capitombolo mondiale, sulla sua reale natura, sull’esistenza di eventuali complotti o doppi fini, oppure semplicemente sull’impreparazione dell’umanità, distratta da ben altro, ad una simile pandemia.

I credenti, come il sottoscritto, fanno risalire velocemente alla mente il versetto biblico di Luca 21:11 che preannunciava simili situazioni.

Ad ogni modo malattie mortali o fortemente invalidanti sono una realtà, come sono altrettanto realtà i numeri.

Purtroppo, ma è pur comprensibile, non tutti hanno familiarità con l’analisi statistica dei dati. Quale uomo di scienza, ed avendo particolare familiarità con ciò che c’è dietro la scoperta di un nuovo farmaco o soluzione terapeutica, in termini di tempi, test e autorizzazioni, non posso che essere concorde con la frase che ha reso celebre un famoso ingegnere statunitense:

Detto in parole povere, senza prove o senza numeri le nostre posizioni (anche in tema vaccini) restano semplicemente opinioni.

Ed è sulla base di ciò, che non intendo dilungarmi in personali disquisizioni o basi scientifiche. Dico solo: facciamo parlare i numeri qui sotto e poi scegliete/valutate il “meno peggio”.

Immunotherapy to Treat Cancer

T Cell approaches, attacks and destroy cancer cell
T Cell approaches, attacks and destroy cancer cell

Immunotherapy is a type of cancer treatment that helps your immune system fight cancer. The immune system helps your body fight infections and other diseases. It is made up of white blood cells and organs and tissues of the lymph system.

Immunotherapy is a type of biological therapy. Biological therapy is a type of treatment that uses substances made from living organisms to treat cancer.

How the Immune System Fights Cancer

How does immunotherapy work against cancer?

As part of its normal function, the immune system detects and destroys abnormal cells and most likely prevents or curbs the growth of many cancers. For instance, immune cells are sometimes found in and around tumors. These cells, called tumor-infiltrating lymphocytes or TILs, are a sign that the immune system is responding to the tumor. People whose tumors contain TILs often do better than people whose tumors don’t contain them.

Even though the immune system can prevent or slow cancer growth, cancer cells have ways to avoid destruction by the immune system. For example, cancer cells may:

  • Have genetic changes that make them less visible to the immune system.
  • Have proteins on their surface that turn off immune cells.
  • Change the normal cells around the tumor so they interfere with how the immune system responds to the cancer cells.

Immunotherapy helps the immune system to better act against cancer.

Real case of Immunotherapy treatment

What are the types of immunotherapy?

Several types of immunotherapy are used to treat cancer. These include:

  • Immune checkpoint inhibitors, which are drugs that block immune checkpoints. These checkpoints are a normal part of the immune system and keep immune responses from being too strong. By blocking them, these drugs allow immune cells to respond more strongly to cancer.
  • T-cell transfer therapy, which is a treatment that boosts the natural ability of your T cells to fight cancer. In this treatment, immune cells are taken from your tumor. Those that are most active against your cancer are selected or changed in the lab to better attack your cancer cells, grown in large batches, and put back into your body through a needle in a vein. T-cell transfer therapy may also be called adoptive cell therapy, adoptive immunotherapy, or immune cell therapy.
  • Monoclonal antibodies, which are immune system proteins created in the lab that are designed to bind to specific targets on cancer cells. Some monoclonal antibodies mark cancer cells so that they will be better seen and destroyed by the immune system. Such monoclonal antibodies are a type of immunotherapy. Monoclonal antibodies may also be called therapeutic antibodies.
  • Treatment vaccines, which work against cancer by boosting your immune system’s response to cancer cells. Treatment vaccines are different from the ones that help prevent disease.
  • Immune system modulators, which enhance the body’s immune response against cancer. Some of these agents affect specific parts of the immune system, whereas others affect the immune system in a more general way.

Which cancers are treated with immunotherapy?What are the side effects of immunotherapy?

I’ll answer these question in my next article.

dott. Dario Sannino

I linfociti T sono un’altra arma contro il coronavirus?

Qual è il ruolo dei linfociti T, le cellule guerriere del sistema immunitario, nella battaglia contro il nuovo coronavirus all’interno del nostro corpo? Gli scienziati non hanno ancora le idee chiarissime, ma sembra che questo ennesimo mistero attorno all’infezione di Sars-Cov-2 cominci a dipanarsi. In un articolo pubblicato su Celli ricercatori del Center for Infectious Disease and Vaccine Research di La Jolla (California,Usa) sostengono di aver trovato particolari tipi di linfociti T in grado di riconoscere e combattere Sars-Cov-2 sia nei pazienti guariti da Covid-19 sia in persone che non hanno mai contratto la malattia ma che probabilmente hanno avuto a che fare con altri coronavirus. Non si sa ancora se conferiscano immunità a lungo termine, tuttavia questi risultati indicano possibili vie alternative per lo sviluppo di vaccini efficaci.

Non solo anticorpi

Ormai li conosciamo: gli anticorpi sono quelle molecole prodotte dal linfociti B che riconoscono gli antigeni specifici del patogeno e ci si attaccano interferendo con l’infezione e segnalando al resto del sistema immunitario la presenza dell’intruso da eliminare. E’ sulla produzione di anticorpi contro la proteina spike del coronavirus Sars-Cov-2 che si sta giocando la partita del vaccino in questo momento.

Lo studio appena pubblicato dalla rivista Cell aggiunge ora dei dettagli sugli altri meccanismi di difesa che il nostro organismo mette in campo per combattere il nuovo coronavirus, concentrandosi in particolare sul ruolo dei linfociti T, che sono definiti i guerrieri del sistema immunitario, quelli che attivamente vanno a combattere gli aggressori.

In realtà però esistono diversi tipi di linfociti T, che non fanno le stesse cose. Ci sono i linfociti T helper che come (suggerisce il nome) aiutano altre componenti immunitarie ad attivarsi, e ci sono i linfociti T killer (anche qui nomen omen) che invece mirano il bersaglio e lo distruggono. Che ruolo hanno nell’infezione da Sars-Cov-2?

Linfociti T all’appello

A darci una prima risposta sono i ricercatori statunitensi dell’istituto di immunologia di La Jolla, che prima hanno predetto attraverso strumenti bioinformatici quali frammenti proteici del virus avrebbero con maggiore probabilità suscitato risposte immunitarie, poi sono andati a verificare gli effetti di questi frammenti virali sul sangue dei pazienti guariti da Covid-19.

Ciò che è emerso è che nei campioni di tutti i 20 pazienti guariti erano presenti linfociti T helper che riconoscono sia la proteina spike di Sars-Cov-2 sia altre proteine virali. Il 70% dei pazienti guariti, poi, presentava anche linfociti T killer diretto contro il nuovo coronavirus.

Questi risultati sono supportati da un altro studio (pubblicato in preprint su medRxiv) condotto da un team di Berlino che ha ottenuto dati simili: in 15 su 18 pazienti ricoverati per Covid-19 c’erano linfociti T helper contro il coronavirus.

Cross-reattività

Sia i ricercatori di La Jolla sia quelli di Berlino hanno poi fatto un controllo sul sangue di persone che non si sono mai ammalate di Covid-19 e hanno scoperto che comunque c’erano dei linfociti T in grado di riconoscere e combattere Sars-Cov-2. I tedeschi hanno trovato che nel 34% dei campioni c’erano linfociti T helper per Sars-Cov-2; i californiani, che hanno fatto il test su campioni di sangue conservati raccolti tra il 2015 e il 2018 (quindi prima della pandemia di Covid-19) hanno visto la stessa cosa nel 50% delle persone.

Come è possibile? Gli scienziati pensano al fenomeno noto come cross-reattività, ossia che queste cellule T in grado di riconoscere Sars-Cov-2 si siano differenziate in un altro momento a seguito di un’altra infezione, magari da parte di uno degli altri coronavirus umani che causano sindromi da raffreddamento le cui strutture proteiche sono simili a quelle del nuovo virus.

Quale immunità?

Sebbene entrambi gli studi siano basati su piccoli numeri, gli esperti ritengono che ne emergano considerazioni interessanti.
La presenza di linfociti T attivi contro Sars-Cov-2 nei pazienti guariti farebbe ben sperare in un’immunità duratura, anche se è ancora tutto da appurare e non è ancora escluso ci si possa riammalare. La presenza di cellule T simili anche in chi non ha contratto il nuovo coronavirus, invece, potrebbe significare che più persone di quante si creda abbiano già delle armi a propria disposizione contro Sars-Cov-2: tutto sta a capire ora se la cross-reattività sia uno scudo protettivo o un’arma a doppio taglio, che determina reazioni immunitarie esagerate quando il nuovo coronavirus infetta l’organismo. Infine questi risultati offrono un nuovo punto di vista sulla progettazione di un futuro vaccino: la ricerca dovrebbe concentrarsi anche su altri antigeni oltre che sulla proteina spike.

Coronavirus, a che punto siamo con i vaccini? Dario Sannino fa il punto della situazione.

Dario Sannino, esperto del settore farmaceutico, ci conferma che la corsa ai vaccini contro il nuovo coronavirus non si ferma. E in gara, ovviamente non l’uno contro l’altro ma se mai tutti insieme, ci sono più di 95 candidati che diversi gruppi di ricerca nel mondo stanno studiando – molti ancora in fase preclinica e solo qualcuno già testato su volontari umani. Poco più di un mese fa, un team dell’università di Oxford ha annunciato di star studiando un vaccino le cui prime dosi sarebbero potute arrivare già nell’autunno 2020. Oggi questo gruppo, cui si aggiunge una squadra anche italiana, sta per iniziare la fase 2-3 – le ultime due fasi – della sperimentazione clinica, come annuncia una nota della Oxford University. Ecco come funzionerà questo studio e a che punto siamo anche con gli altri vaccini.

Il vaccino di Oxford sta per iniziare la fase 2-3

Il 27 aprile 2020 il gruppo dello Jenner Institute all’università di Oxford dichiarava di aver iniziato il primo trial clinico con il vaccino denominato ChAdOx1 su un gruppo ristretto di pazienti. Qualora fosse andato tutto come previsto, spiegavano i ricercatori, le prime dosi disponibili (qualche milione) sarebbero potute arrivare già nel settembre 2020 – e questo è ancora possibile, ma tuttora non si ha alcuna certezza. Al vaccino sta lavorando anche l’Italia, come si legge in una nota dell’Ansa, che riporta che il trial clinico di fase 2-3 (la fase 3 è l’ultima della sperimentazione) partirà fra pochi giorni, sia nel Regno Unito, sia in Brasile.

Nella fase 1, iniziata nell’aprile 2020, sono già state fatte più di 1.000 vaccinazioni e il follow-up è ancora in corso. Nelle prossime fasi i partecipanti saranno molti di più, come previsto nel percorso della sperimentazione clinica sia dei vaccini sia dei farmaci, e saranno più di 10mila, di cui circa 5mila nel Regno Unito e 5mila in Brasile. Mentre nella fase 1 la fascia d’età coinvolta andava dai 18 ai 55 anni, nella fase 2 saranno inclusi anche partecipanti dai 56 anni in su e dai 5 ai 12 anni: questo servirà a capire se il sistema immunitario delle persone anziane ma anche dei bambini e dei giovanissimi risponde in maniera sufficiente al vaccino. Nella fase 3, poi, quando il vaccino avrà dimostrato in prima battuta di essere sicuro e efficace, i ricercatori dovranno valutare e confermare efficacia e sicurezza su un campione ancora più vasto di persone con più di 18 anni.

Vaccino, perché proprio il Brasile

Come mai prenderà parte anche il Brasile? I motivi sono dovuti al fatto che qui siamo nel pieno dell’epidemia (fra il 4 e il 5 giugno ci sono stati quasi 31mila nuovi casi di contagio e 1.473 morti in un solo giorno). Mentre in Italia e in altri paesi europei la (fortunatamente) bassa circolazione del virus non permette di poter svolgere trial clinici più ampi – tanto che tempo fa, nel pieno dell’epidemia, qualcuno si era chiesto se fosse etico infettare deliberatamente le persone in mancanza di un campione sufficientemente grande.

Vaccini, i trial clinici attivi

Ma ChAdOx1 non è l’unico candidato promettente. Attualmente i trial clinici – arrivati dunque già ai test sull’essere umano e non soltanto sugli animali – che studiano vaccini contro il coronavirus e che sono già attivi e partiti sono vari, come risulta dalla pagina ufficiale di Clinicaltrials.gov, su cui si possono trovare tutte le informazioni su trial preclinici e clinici sui vaccini e sulle terapie contro Covid-19. Il vaccino Ad5-nCov ha dato buoni risultati nella fase 1, il cui follow-up è ancora in corso, mentre in un altro trial è già partita la fase 2, dal 12 aprile 2020, su 508 partecipanti. Anche questo, come il precedente, utilizza un adenovirus, un comune virus del raffreddore, come vettore del materiale genetico del Sars-Cov-2 necessario per la vaccinazione.

Anche il vaccino mRna-1273 ha fatto registrare, nella fase 1, dati preliminari positivi per quanto riguarda la tollerabilità e la sicurezza (ma ancora solo su 8 partecipanti – la fase 1, appunto). Nel frattempo, il 15 maggio è iniziato poi un trial clinico, di fase 1 e 2, con un vaccino terapeutico, dunque non a scopo preventivo, come i precedenti, ma come terapia (non è la prima volta che si parla di vaccini terapeutici). Questo trattamento è una pillola derivata dal plasma inattivato dei pazienti con Covid-19. La pillola verrà somministrata una volta al giorno per almeno un mese in 20 volontari sani. Ma numerosi sono i candidati promettenti e solo il tempo ci dirà quanti e quali si mostreranno efficaci e arriveranno prima.

R0 e Rt spiegati in modo semplice

Per capire meglio se e come l’epidemia di Covid-19 sta cambiando, in Italia e negli altri paesi, gli scienziati utilizzano diversi numeri importanti. Fra questi c’è R0, il tasso netto di riproduzione, che è il numero medio di persone che ogni malato può contagiare e che, dato che si misura all’istante iniziale, non tiene conto dell’evoluzione dell’epidemia. E poi c’è Rt, il tasso di riproduzione che varia col tempo e che invece tiene conto dell’evoluzione della trasmissione del virus (di fatto fotografa a un certo tempo dell’epidemia il numero medio di persone che ognuno può contagiare). R0 e Rt misurano di fatto lo stesso numero, ciò che cambia – spiega un articolo su Scientific Reports – è il tempo in cui viene fatta la misura (all’inizio o durante l’epidemia). In pratica, Rt è il parametro che gli epidemiologi utilizzano per valutare la diffusione del virus e monitorare l’epidemia. Ma cosa indica davvero? E perché la definizione fornita sabato 23 maggio dall’assessore alla Sanità della Lombardia Giulio Gallera non è appropriata?

Cos’ha detto Gallera
Dopo diversi giorni, sabato 23 maggio l’assessore Gallera è tornato a commentare in diretta i dati dei contagi della Lombardia. Ma nel presentare i dati spiega in maniera inappropriata cos’è Rt, il tasso di riproduzione in un certo istante. L’assessore commenterà poi che ha voulto illustrare il concetto in maniera semplificata, tuttavia la semplificazione nasconde un errore prospettico, che diventa però concettuale, importante da chiarire. Nella conferenza del 23, infatti, afferma che l’indice di contagio in Lombardia è sceso a 0,51 e che “0,51 cosa vuol dire? Per infettare me, bisogna trovare due persone infette nello stesso momento e non è così semplice trovare due persone infette che infettino me”.

Calcolare R0 e Rt non è semplice
La stima di Rt è complessa e non così semplice (o semplificabile) dato che dipende da vari parametri – per esempio ovviamente dal tasso d’infezione della popolazione ma anche in parte dall’adesione alle misure restrittive durante l’epidemia – e viene calcolato attraverso modelli matematici.

Perché la spiegazione di Gallera non va
Rt è il numero medio di persone che ogni malato può contagiare. Ma questo non vuol dire che se è 0,51 per contagiare una persona ne servano due infette, incontrate contemporaneamente, che le trasmettono il virus – come sembra arrivare dalle dichiarazioni di Gallera. Il fatto che Rt in Italia sia sotto l’1 e compreso fra 0,2 e 0,7, è significativo e fa ben sperare: questo vuol dire che l’epidemia può essere contenuta. Tuttavia, Rt è un un parametro statistico medio, e per questo concettualmente – ma anche intuitivamente – è chiaro che se io sono sano per ammalarmi non devo incontrare contemporaneamente sul mio percorso due persone contagiate: basta un contatto con un malato per contagiarmi, soprattutto se non si usano le misure di protezione, dalle mascherine al distanziamento.

Ma allora Rt pari a 0,51 cosa vuol dire?
In generale, avere un Rt pari a 0,51 vuol dire, facendo una proiezione, che su un campione statistico di 1000 malati, in media questi probabilmente contageranno circa 510 persone. Ma queste sono stime statistiche e il parametro Rt deriva da una media all’interno di un vasto campione: il contagio avviene sempre da singolo a singolo. Alcune persone positive al virus contageranno molte persone, altre ne contageranno di meno e qualcuno non infetterà proprio nessuno; in media, per ogni due persone infette sarà contagiata una terza persona. Insomma, l’idea è che quello che vale per un campione statistico (1000 persone ne contagiano in media 510) non vale per il singolo. E soprattutto per la compresenza, ovvero l’asserzione per cui ne servono due infette nello stesso momento a contagiarne una terza.

(dott. Dario Sannino)

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Dario Sannino e le terapie geniche CAR-T. Principi di funzionamento, quadro italiano ed Europeo.

Dario Sannino e le terapie geniche CAR-T. Principi di funzionamento, quadro italiano ed Europeo.

Le terapie geniche CAR-T

Le “CAR-T” (acronimo dall’inglese “Chimeric Antigen Receptor T cell therapies” ovvero “Terapie a base di cellule T esprimenti un Recettore Chimerico per antigene”) sono nuove terapie personalizzate contro il cancro che agiscono direttamente sul sistema immunitario del paziente per renderlo in grado di riconoscere e distruggere le cellule tumorali (immunoterapie).

Dario Sannino ha avuto modo di approfondire durante i suoi studi presso la facoltà di Scienze e tecnologie dei Materiali dell’Università Bicocca di Milano aspetti legati l’ingegneria dei materiali, nanotecnologie applicate e chimica della materia.

Dario Sannino LinkedIn profile

Le CAR-T rientrano tra le cosiddette terapie avanzate, frutto dei progressi scientifici nel campo della biotecnologia cellulare e molecolare. Sono, più nello specifico, terapie geniche, poichè agiscono attraverso l’inserzione di materiale genetico all’interno delle cellule dell’organismo umano.

Le CAR-T utilizzano specifiche cellule immunitarie (i linfociti T), che vengono estratte da un campione di sangue del paziente, modificate geneticamente e coltivate in laboratorio (“ingegnerizzate”) per essere poi re-infuse nel paziente per attivare la risposta del sistema immunitario contro la malattia. Si distinguono, quindi, da altre terapie immunitarie note come “inibitori dei checkpoint immunologici” (come ad esempio gli anticorpi monoclonali), che mirano a togliere il freno alla risposta immunitaria, orientandola contro il cancro.

La tecnologia CAR-T, altamente innovativa, è stata inizialmente sviluppata dall’Università della Pennsylvania. Il primo trattamento è stato somministrato nel 2012 negli Stati Uniti a una bambina di 7 anni che non rispondeva alle terapie classiche.

Si è finora rivelata efficace per alcuni tumori ematologici, anche se in tutto il mondo sono in corso sperimentazioni per altre indicazioni terapeutiche.

CAR-T, una storia vera – (inglese)

Real Case of CAR-T treatment

Le fasi della procedura

La produzione e la somministrazione di una terapia CAR-T richiedono una procedura complessa, che coinvolge specifiche figure professionali ed è articolata in più fasi:

 1. Prelievo: i linfociti T vengono prelevati dal sangue del paziente in un centro trasfusionale autorizzato, mediante un processo che consente di isolarli dal sangue periferico (leucaferesi), rimettendo in circolo i restanti elementi ematici. I linfociti T vengono successivamente congelati e inviati alla struttura che si occuperà dell’ingegnerizzazione genetica.

2. Ingegnerizzazione genetica: i linfociti T del paziente vengono geneticamente modificati, in strutture altamente qualificate per la produzione di terapie avanzate. Utilizzando un virus inattivato (vettore virale), viene aggiunto al DNA dei linfociti un gene ricombinante che permette di esprimere sulla superficie dei linfociti T una proteina, nota come Recettore dell’Antigene Chimerico (CAR). Grazie a questo recettore, i linfociti T modificati (CAR-T cells) sono in grado di riconoscere un antigene specifico presente sulla superficie delle cellule tumorali e legarsi ad esse.

Le cellule CAR-T vengono moltiplicate in laboratorio, congelate e successivamente inviate al centro che dovrà somministrare il trattamento.

3. Chemioterapia pre-trattamento (linfodepletiva): prima dell’infusione, il paziente è sottoposto a una chemioterapia di preparazione per permettere ai linfociti T modificati di espandersi e attivarsi nell’organismo. La chemioterapia può essere somministrata anche in regime di day hospital.

4. Infusione: dopo la chemioterapia, le cellule CAR-T vengono infuse nel paziente, con un procedimento simile a una trasfusione di sangue. L’infusione avviene in centri ad alta specializzazione per il trattamento delle leucemie e dei linfomi, con disponibilità di accesso alla terapia intensiva.

5. Monitoraggio: dopo l’infusione, il paziente resta in ricovero per alcuni giorni e viene costantemente monitorato per reazioni avverse al trattamento. Nelle quattro settimane successive alla dimissione, il paziente deve comunque rimanere nei pressi di una struttura clinica qualificata per essere sottoposto a regolari controlli.

Le CAR-T autorizzate. Trattamenti di “terza linea”

Le terapie CAR-T rappresentano la prima forma di terapia genica approvata per il trattamento della leucemia linfoblastica B e di alcune forme aggressive di linfoma non-Hodgkin. Le terapie CAR-T che hanno ottenuto l’Autorizzazione all’Immissione in Commercio (AIC) nell’Unione Europea sono:

• Kymriah (tisagenlecleucel), autorizzato il 22 agosto 2018

• Yescarta (axicabtagene ciloleucel), autorizzato il 23 agosto 2018

e sono indicate per il trattamento di:

  • pazienti pediatrici e giovani adulti fino a 25 anni di età affetti da leucemia linfoblastica acuta a cellule B che non abbiano mai risposto alla chemioterapia, o che siano in recidiva dopo trapianto di cellule staminali emopoietiche allogeniche o dopo almeno 2 linee di chemioterapia (Kymriah);
  • pazienti con linfoma diffuso a grandi cellule B o DLBCL (Kymriah e Yescarta) / linfoma primitivo del mediastino a cellule B o PMBCL (Yescarta) già sottoposti ad almeno 2 linee di terapia sistemica.

Le CAR-T rappresentano per queste malattie linfoproliferative un’ulteriore opzione terapeutica, e sono state studiate in pazienti nei quali le precedenti strategie standard (chemioterapia e trapianto di cellule staminali emopoietiche) non si sono dimostrate efficaci.

Attualmente, i pazienti pediatrici con leucemia linfoblastica acuta a cellule B (B-ALL) trattati in prima linea con protocolli polichemioterapici hanno probabilità di guarigione anche superiori all’85% e circa il 60-70% dei pazienti con linfoma non Hodgkin di tipo DLBCL o PMBCL può ottenere un controllo di malattia a lungo termine (o la guarigione) con gli attuali protocolli immunochemioterapici di prima linea, seguiti o meno da radioterapia. La terapia standard di seconda linea è in entrambi i casi basata sulla possibilità di accesso al trapianto di cellule staminali emopoietiche (da un donatore compatibile nel caso della leucemia, dallo stesso paziente nel caso dei linfomi) in seguito a risposta ad una chemioterapia di salvataggio.

Per questo motivo, le terapie CAR-T sono indicate per pazienti che non abbiano mai risposto alla chemioterapia o che siano in recidiva dopo trapianto di cellule staminali emopoietiche o dopo almeno 2 linee di chemioterapia (sono quindi terapie “di terza linea”). A causa delle reazioni avverse – anche gravi – che possono verificarsi con la terapia con CAR-T, l’idoneità al trattamento deve essere attentamente valutata caso per caso da medici ematologi esperti nel trattamento delle leucemie e dei linfomi, anche in considerazione del quadro clinico complessivo del paziente (ad esempio la presenza di gravi patologie concomitanti renali, epatiche, cardiache, infettive che possano metterlo a rischio di vita). La complessità e le tempistiche richieste per la procedura terapeutica, che include anche un trattamento di chemioterapia linfodepletiva pre-trattamento, impongono che il quadro clinico del paziente sia tale da garantirne la stabilità fino al momento dell’infusione.

CAR-T: efficacia e sicurezza del trattamento

Rispetto alle terapie “convenzionali”, le CAR-T permettono di ottenere remissioni complete anche in fasi di malattia molto avanzate. Inoltre, a un anno dall’infusione di

CAR-T, la maggior parte dei pazienti che ha ottenuto una remissione è ancora viva e libera da malattia.

Negli studi clinici1 valutati ai fini dell’Autorizzazione all’Immissione in Commercio (AIC) della terapia CAR-T per la leucemia linfoblastica acuta (LLA) a cellule B refrattaria, in recidiva post-trapianto o in seconda o ulteriore recidiva, sono stati osservati i seguenti dati di efficacia:

• l’81% dei pazienti che ha ricevuto la terapia CAR-T ha ottenuto una remissione completa della leucemia;

• l’80% dei pazienti che ha ottenuto una remissione completa di malattia era ancora libero da malattia 6 mesi dopo l’infusione della terapia CAR-T;

• il 76% dei pazienti che ha ricevuto la terapia CAR-T era ancora in vita a distanza di un anno dal trattamento.

Per il trattamento del linfoma B diffuso a grandi cellule B (Diffuse Large B Cell Lymphoma – DLBCL) e del linfoma primitivo del mediastino a cellule B (Primary mediastinal B-cell Lymphoma – PMBCL) dopo fallimento di due o più linee di terapia sistemica, negli studi clinici2 delle terapie CAR-T autorizzate si è invece osservato che:

• il 40-47% dei pazienti che ha ricevuto la terapia CAR-T ha ottenuto una remissione completa del linfoma;

• il 65% dei pazienti che ha ottenuto una remissione completa era ancora libero da malattia a distanza di 12 mesi dall’infusione;

• il 50-60% dei pazienti che ha ricevuto la terapia CAR-T era ancora in vita a un anno dal trattamento.

Tuttavia l’utilizzo di terapie CAR-T è associato al rischio di eventi avversi anche gravi. In particolare:

  • sindrome da rilascio di citochine (CRS): la CRS è caratterizzata dalla possibile comparsa di febbre, abbassamento della pressione arteriosa, aumento della frequenza cardiaca, brividi e riduzione dell’ossigeno nel sangue ed è dovuta all’intensa risposta infiammatoria che si sviluppa in seguito all’attivazione delle cellule CAR-T nell’organismo. È stata osservata in una percentuale variabile tra il 58% e il 93% dei pazienti e, nella maggior parte dei casi, si manifesta entro 7-14 giorni dalla somministrazione della terapia. Il 12-47% dei pazienti ha presentato una CRS grave, che in alcuni casi ha richiesto il ricovero in terapia intensiva, e in rari casi è risultata fatale. In caso di CRS grave sono somministrati farmaci specifici per ridurre i livelli di sostanze infiammatorie in circolo (per esempio tocilizumab o cortisonici);
  • riduzione dei linfociti B e degli anticorpi (ipogammaglobulinemia): l’utilizzo delle terapie CAR-T comporta, insieme alle cellule tumorali, anche la distruzione dei linfociti B (cellule del sistema immunitario responsabili della produzione di anticorpi), con riduzione del livello di anticorpi nel sangue riscontrabile nel 14-47% dei pazienti trattati. In alcuni casi, per raggiungere una concentrazione normale di anticorpi e ridurre il rischio infettivo, è stato necessario sottoporre i pazienti a infusioni periodiche di immunoglobuline umane (anticorpi);
  • reazioni avverse neurologiche: le più comuni osservate sono grave alterazione dello stato di coscienza (encefalopatia), tremore, incapacità di esprimersi o di comprendere informazioni scritte o verbali (afasia), delirio. Nella maggior parte dei casi si presentano entro le 8 settimane successive alla somministrazione della terapia CAR-T, in una percentuale variabile tra il 21% e il 65% dei pazienti. La durata media di queste alterazioni è stata di 14 giorni, con scomparsa completa dei sintomi nel 98% dei pazienti. Il 13-31% dei pazienti ha presentato reazioni avverse neurologiche gravi (potenzialmente letali).

Sebbene non osservate, alcune possibili criticità legate all’ingegnerizzazione delle cellule sono rappresentate dallo sviluppo di virus capaci di replicarsi e infettare l’organismo e dall’insorgenza di tumori che possono originarsi dalle cellule geneticamente modificate. Per tale ragione, l’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) ha recentemente richiesto l’implementazione di un registro dei pazienti trattati per monitorarli fino a quindici anni dopo l’infusione.

Le CAR-T in Europa e in Italia

Quadro europeo

Attualmente non esiste un database europeo per le terapie CAR-T che consenta di conoscere in tempo reale il numero e la tipologia di trattamenti avviati nell’Unione Europea sia in sperimentazioni cliniche che con i prodotti già autorizzati. L’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) ha recentemente richiesto l’implementazione di un registro dei pazienti trattati per monitorarli fino a quindici anni dopo l’infusione.

Le CAR-T in Italia

In Italia è stato raggiunto l’accordo per la rimborsabilità di tisagenlecleucel da parte del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) per entrambe le indicazioni autorizzate, e quindi sia per il trattamento di pazienti pediatrici e giovani adulti fino a 25 anni di età affetti da leucemia linfoblastica acuta a cellule B che non abbiano mai risposto alla chemioterapia, o che siano in recidiva dopo trapianto di cellule staminali emopoietiche allogeniche o dopo almeno 2 linee di chemioterapia, sia per i pazienti con linfoma diffuso a grandi cellule B o DLBCL già sottoposti ad almeno 2 linee di terapia sistemica.

Il 7 agosto l’AIFA ha approvato la rimborsabilità della prima terapia CAR-T.

I centri in cui si potranno effettuare le infusioni di CAR-T sono identificati dalle Regioni e possiedono tutte le autorizzazioni previste per legge.

Il processo per la produzione e somministrazione delle CAR-T è, infatti, molto complesso e necessità di un adeguato monitoraggio clinico del paziente dopo l’infusione del trattamento. Per tali motivi i centri specializzati in ematologia e onco-ematologia, pediatrica e per adulti, per poter essere autorizzati alla somministrazione delle terapie CAR-T, devono essere in possesso di specifici requisiti organizzativi e infrastrutturali, quali ad esempio: la certificazione del Centro Nazionale Trapianti in accordo con le Direttive UE, l’accreditamento per il trapianto allogenico, un centro di aferesi, un laboratorio per la criopreservazione con personale qualificato e adeguatamente formato, la disponibilità di un’Unità di Terapia Intensiva, la presenza di un team multidisciplinare adeguato alla gestione clinica del paziente e delle possibili complicanze.

L’AIFA renderà disponibile sul proprio sito l’elenco dei Centri autorizzati alla somministrazione del trattamento non appena questi saranno stati individuati dalle competenti Regioni e Province Autonome.

Sperimentazioni cliniche e uso compassionevole

Ad oggi sono state autorizzate 17 sperimentazioni cliniche che prevedono l’utilizzo delle terapie CAR-T. Una di queste è stata finanziata dall’Agenzia Italiana del Farmaco nell’ambito dei bandi per la Ricerca Indipendente. È inoltre possibile per pazienti affetti da linfoma primitivo del mediastino a cellule B (PMBCL) già sottoposti ad almeno 2 linee di terapia sistemica, accedere al trattamento con axicabtagene ciloleucel (Yescarta), nell’ambito dell’uso compassionevole), con fornitura diretta e gratuita del medicinale da parte dell’azienda produttrice.

Le terapie CAR-T somministrate nelle sperimentazioni in corso o in fase autorizzativa in Italia sono 6. Oltre alla leucemia linfoblastica acuta in fase recidiva/refrattaria e al linfoma non Hodgkin a cellule B recidivato o refrattario, gli studi riguardano anche i linfomi follicolari refrattari o recidivati, il neuroblastoma ad alto rischio e/o recidivo/refrattario e il mieloma multiplo recidivante e refrattario.

Glossario

Anticorpi monoclonali

Anticorpi sintetizzati in laboratorio e “disegnati” per legare in maniera selettiva un singolo bersaglio all’interno dell’organismo (o “antigene”, p.e. una proteina espressa sulla superficie di alcune cellule specifiche). Gli anticorpi monoclonali sono utilizzati nel trattamento di vari tipi di tumori, da soli, o in combinazione/coniugati con agenti antitumorali. Legando l’antigene, l’anticorpo monoclonale può stimolare una risposta immunitaria contro il bersaglio o facilitare l’introduzione nella cellula tumorale di agenti tossici, al fine di eliminare le cellule bersaglio.

CAR-T

Acronimo dall’inglese “Chimeric Antigen Receptor T cell” sta per “recettore antigenico chimerico delle cellule T”. Sono recettori sintetizzati in laboratorio per riconoscere le cellule tumorali.

Chemioterapia linfodepletiva

Particolari protocolli chemioterapici che hanno l’obiettivo di ridurre il numero dei linfociti circolanti. Una chemioterapia linfodepletiva (p.e. ciclofosfamide e fludarabina) è solitamente somministrata prima dell’infusione di CAR-T per permettere una più rapida e intensa espansione delle cellule CAR-T nell’organismo, migliorando così l’efficacia della terapia.

Inibitori dei checkpoint immunologici

Farmaci che agiscono bloccando alcune proteine presenti sulle cellule del sistema immunitario e, in maniera anormale, sulle cellule di alcuni tumori (p.e. PD-1/PD-L1, CTLA-4/B7-1/B7-2). Queste proteine regolano l’azione del sistema immunitario, e in alcuni casi possono impedire alle cellule del sistema immunitario (linfociti T) di eliminare le cellule tumorali. Bloccando queste proteine con farmaci specifici, questo “freno” al sistema immunitario viene rimosso, e i linfociti T riacquisiscono la capacità di eliminare le cellule tumorali.

Leucaferesi

Procedura trasfusionale che preleva il sangue dall’organismo per rimuovere/raccogliere un tipo specifico di cellula del sangue. Le cellule rimanenti e il plasma sono re-infusi al paziente.

Leucemia linfoblastica acuta a cellule B (B-ALL)

E’ la più comune forma tumorale riscontrabile in età pediatrica. Attualmente i pazienti con tale patologia sono trattati in prima linea con protocolli polichemioterapici intensivi, che garantiscono probabilità di guarigione anche superiori all’85%. Per i pazienti ad alto rischio o non rispondenti/in recidiva dopo il trattamento iniziale, il trapianto di cellule staminali emopoietiche allogeniche (da un donatore compatibile), quando possibile, rappresenta la terapia standard di seconda linea. Le percentuali di guarigione in questo caso sono però più basse rispetto a quanto si osserva in prima linea. Le terapie CAR-T possono essere utilizzate quando le due precedenti linee di trattamento non hanno funzionato.

Linfociti T

I linfociti T sono cellule fondamentali per la risposta immunitaria dell’organismo, derivano da una cellula staminale pluripotente del midollo osseo e maturano nel timo. I linfociti T hanno un recettore specifico per l’antigene costituito da una specifica struttura detta TCR (T-cell receptor) associata a un insieme di molecole che formano un’unità strutturale. I linfociti T hanno un ruolo importante nell’eliminazione delle cellule neoplastiche e di molti agenti patogeni.

Linfoma diffuso a grandi cellule B e linfoma primitivo del mediastino a cellule B

Il linfoma non Hodgkin (NHL) diffuso a grandi cellule B (DLBCL) e il linfoma non Hodgkin primitivo del mediastino a cellule B (PMBCL) sono due forme di linfoma aggressivo. In particolare, il DLBCL è la forma più comune, rappresentando circa il 30% di tutti i LNH di nuova diagnosi. La prognosi di queste forme dipende dalle caratteristiche cliniche del paziente, dall’estensione della malattia al momento della diagnosi e dalle caratteristiche biologiche e genetiche delle cellule tumorali. Con gli attuali protocolli di immunochemioterapia (regimi terapeutici che combinano chemioterapici classici con immunoterapici biologici), seguiti o meno da radioterapia, il 60-70% dei pazienti può ottenere un controllo della malattia a lungo termine o la guarigione. Per i pazienti refrattari al trattamento o in recidiva dopo un’iniziale risposta clinica, la strategia terapeutica standard consiste in una immunochemioterapia di seconda linea (o di salvataggio) seguita da chemioterapia ad alte dosi e trapianto di cellule staminali emopoietiche autologhe (ovvero ottenute dallo stesso paziente). Le opzioni terapeutiche efficaci per i pazienti che non rispondono alla terapia di salvataggio e/o non possono ricevere un trapianto di cellule staminali emopoietiche autologhe (ad esempio per età avanzata o gravi condizioni patologiche concomitanti) sono limitate. Per questo motivo, la terapia cellulare CAR-T è stata studiata ed è indicata per pazienti con DLBCL o PMBCL dopo due o più linee di terapia sistemica.

Terapie avanzate

Sono terapie sviluppate grazie ai recenti progressi scientifici nel campo della biotecnologia cellulare e molecolare e possono essere classificate in quattro gruppi principali:

  • Medicinali di terapia genica: Agiscono attraverso l’inserzione di materiale genetico (DNA “ricombinante”) all’interno delle cellule dell’organismo. Un gene ricombinante è un tratto di DNA che viene creato in laboratorio, riunendo DNA da fonti diverse. Sono utilizzate per il trattamento di una varietà di malattie, tra cui malattie genetiche, cancro o malattie croniche.
  • Medicinali di terapia cellulare somatica: Contengono cellule o tessuti che sono stati manipolati per cambiare le loro caratteristiche biologiche, o cellule/tessuti non destinati ad essere utilizzati per le stesse funzioni essenziali originali. Possono essere utilizzati per curare, diagnosticare o prevenire le malattie.
  • Medicinali di ingegneria tessutale: Contengono cellule o tessuti che sono stati modificati in modo da poter essere impiegati per riparare, rigenerare o sostituire tessuti umani.
  • Medicinali di terapia avanzata combinati: Contengono uno o più dispositivi medici come parte integrante del medicinale. Un esempio sono le cellule fatte crescere su matrici biodegradabili o supporti sintetici.

Dott. Dario Sannino

(Corporate Quality Sr. Manager)

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